“Theodoros” è il romanzo di un uomo che volle farsi imperatore.
«creatura fatta di arroganza e di desiderio … un uomo sanguinario…
la sua anima non era quella di un comune
mortale, ma grandiosa, aspirando a grandi e inedite imprese».
Un romanzo, quindi una scrittura di finzione, radicata però nella realtà di un personaggio la cui esistenza è documentata in varie carte, perfino in una lettera indirizzata alla regina Vittoria d’Inghilterra. Che poi tutte le fasi della vita di Theodoros e tutta la sua epopea, al di là della finzione letteraria, corrispondano alla realtà fattuale è questione
del tutto incerta e comunque nulla toglie alla straordinaria vena narrativa dell’Autore che ha imbastito una trama credibile e avvincente, supportata da informazioni storiche, geografiche, etologiche, naturalistiche, di costume e via dicendo, su “ciascuno dei quattro mondi che si intersecano in questo libro (Valacchia, arcipelago greco, Etiopia e la Giudea del tempo di re Salomone)”[1].Un romanzo epico scritto da un narratore “angelico”, perfetto e ispirato, che ha raccolto la sua storia da numerose e differenti fonti, che nella finzione letteraria era già scritta nel “Libro della vita” ed era osservata dagli Arcangeli celesti stesi a pancia in giù sulle nuvole per guidare i passi e le scelte di Theodoros affinché si compisse senza eccezioni quanto su quel libro divino era stato scritto fin dal giorno della Creazione.
Il narratore scrive nella 2a persona singolare e il “tu” che chiama in causa Theodoros da alcuni è considerato giudicante, pronunciato con l’indice ammonitore; mentre a me sembra comprensivo e partecipe, seppur velato da un’ombra di fuggevole melancolia.
«Osservando però la gioia [dei mortali], … il loro desiderio di una vita sconfinata, l’incanto della loro pazzia, … le frasi sconce che si scambiavano ridendo a crepapelle, … e le loro amate mogli, nella nostra volta celeste ci coglieva la melancolia. Quante volte … avremmo voluto essere solo carne e sangue, per poter anche noi sentire, come gli sciocchi e la gente comune, il gusto atroce della felicità!»
In questa frase, scritta dagli Arcangeli nel libro della vita di Theodoros, è contenuto il senso della finitezza umana: che non è una limitazione, bensì l’esaltazione della libertà che rende possibile la ricerca della felicità, l’amore, il dolore e la pazzia, che si realizza nell’avventura e nelle sfide per superare i propri limiti, per dare un significato alla propria esistenza e una direzione alle istanze interiori dell’anima “che si mette in cammino per conoscersi, che cerca l’avventura per mettersi alla prova per trovarvi, confermando se stessa, la propria essenzialità”[2].
La prosa di Cărtărescu, poetica nel tono e nel ritmo, inquadra un modello di narrazione epica e sublime non perché nella finzione letteraria il narratore è incarnato dal gruppo dei sette Arcangeli incaricati di scrivere il libro della vita di Theodoros (così come di ogni altro uomo) da presentare all’Eterno ineffabile nel giorno del Giudizio Universale, quanto per la ricchezza di suggestioni e di situazioni fantastiche, a volte surreali, che indirizzano la vita (e le avventure) di Theodoros nel suo viaggio mondano e interiore alla ricerca del suo compimento. Sogni e favole, storie vere e fantastiche, miti, folclore e leggende spuntano come per gemmazione dal ramo principale della biografia del protagonista e mescolandosi ne esaltano la dimensione epica.
L’epopea di Theodoros si svolge nel XIX secolo ma la narrazione si muove su un arco temporale molto più ampio: duemila anni di storia in cui s’intrecciano la leggenda dell’incontro del re Salomone con la mitica regina di Saba e la vicenda surreale ma vera dell’ebreo Joshua Abrahm Norton sedicente imperatore degli USA; la biografia dell’ “antenato di John” (Lennon) con le leggende del folclore valacco (Ileana Simziana, Arcoș Pascià che voleva sconfiggere il gelo); oltre alle numerose altre incursioni nelle storie e nella geografia dell’Antico Testamento e del “Kebra Nagast” il libro sacro della chiesa ortodossa etiope “Tewahedo”, le incursioni nella realtà politica del tempo (Napoleone, l’impero austro-ungarico, i palikari greci ecc.).
A tratti, leggendo il romanzo, si ha l’impressione di essere seduti in circolo di fronte a un narratore reale intento a declamare le storie raccolte nel suo peregrinare per mari e contrade e ci si lascia trasportare dalla sua voce capace di creare atmosfere oniriche e visioni magiche o, all’opposto, realistiche e vivide come se ne fossimo spettatori diretti. E come nel racconto orale degli antichi narratori, passando di bocca in bocca le storie si modificano e si adattano, così succede alla nostra storia che a fronte di quella originaria rintracciata in archivi e documenti troviamo modificata e riadattata dalla fervida fantasia dello scrittore.
Che è poi quanto dice la leggenda del mitico Ingannamorte, vecchio come il mondo, colui che ha scritto tutti i libri e che scriverà anche quelli futuri. Dai suoi fogli affidati al vento, dice la leggenda, e ricopianti più e più volte da chi li ha ritrovati,
“…comparvero nel mondo l’Odissea di Omero, … la Commedia di Dante … e, per chiudere il cerchio, il divino Ulysses del bardo dell’Eire. E molti altri, migliaia e migliaia, poiché non c’è scrittura al mondo che non abbia avuto inizio dalle mani di Ingannamorte”.
La trama
L’epopea di Theodoros si sviluppa in tre fasi (e in 33 capitoli) identificate dalle variazioni del nome del protagonista: Tudor, Theodoros e Tewodros.
Tudor identifica il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza vissute in Valacchia, a Ghergani. Nato da una donna di origini greche al servizio di una famiglia della piccola nobiltà locale, il piccolo Tudor cresce in rapporto simbiotico con la madre Sofiana che gli racconta le favole del folclore valacco, lo introduce ai precetti della religione e ai miti eroici dell’antica Grecia. “Voglio” fu la prima parola pronunciata dall’infante: una premonizione che ne avrebbe segnato la vita, che spaventò Sofiana, «poiché l’unica volontà permessa in cielo e in terra era la volontà dell’Altissimo, e il peccato più imperdonabile era quello dell’arroganza».
Arrogante Tudor lo fu fin dall’infanzia e intraprendente, perché convinto che la vita sarebbe stata degna di essere vissuta solo elevandosi al rango di un Re Azzurro (l’unico che non si trova nelle favole), di un Imperatore che domina su tutti i Re e sull’intero globo. E fu questa smania, questo desiderio di potenza, l’ambizione di portare “la Corona” come Alessandro Magno e Napoleone, a indirizzarne la vita, ad alimentare il sogno totalizzante che l’avrebbe portato a sfidare persino il divino,
ad assecondare il suo demone interiore, la prima e decisiva delle “tre brame della sua volontà” che lo accompagneranno nel periglioso cammino dell’esistenza.
«il tuo petto era enfio di demoni, Theodoros, essendo tu deciso, nella tua follia, a chiedere aiuto non solo ai sacri poteri del cielo, ma anche a quelli diabolici»
Le altre due erano l’Arca dell’Alleanza e l’amore per la principessa Stamatina.
Theodoros
Tudor fu costretto ad abbandonare «la nebbiosa, innevata, selvaggia e ineguagliabile Valacchia, patria rigogliosa, con fragranze di albicocche e mele cotogne» per sfuggire alla prigione e forse alla morte perché ancora adolescente si era unito a una banda di briganti iniziando così il suo apprendistato di sangue e violenza che sarà il filo conduttore della sua esistenza, fino alla morte.
Partì portando impresso nel cuore il segreto della sua vera sorte, rivelatagli a Bucarest dal giudeo Moshe, lo straccivendolo (in realtà il potente rabbino della Valacchia) al quale per gioco avrebbe voluto dar fuoco.
«Hai anche saputo, infine, dal Sefer ha-Bahir, della tua vera sorte in questo mondo, quella di essere l’Opus, maledetto nella benedizione e benedetto nella maledizione, dissetandoti nel fuoco e bruciando nell’acqua, sollevato dallo Spirito Santo perché leggessi la firma del Signore posta di sbieco sull’arcipelago ellenico, con sette lettere su sette isole».
Accompagnato da due amici fidati, il pittore di icone Mitrofa (meglio conosciuto come Sisoe, quello che dipingerà le vele di tutti i velieri che solcavano l’arcipelago greco e si spinse ad affrescare perfino la volta celeste con le rappresentazioni ammirate da giovane apprendista pittore nelle città d’Italia) e il tataro Ghiuner, si rifugiò nell’arcipelago, disseminato di isole rocciose e di pirati, e in greco fu chiamato Theodoros, il nome con cui lo chiamava sua madre Sofiana, alla quale lo legava un sentimento profondo, periodicamente rinnovato nelle lettere mendaci che le spediva.
Pirata diventò anche lui insieme ai suoi compagni e in breve tempo fu a capo di una ciurma agguerrita e potente capace di seminare il terrore tra le isole dell’arcipelago. Il suo veleggiare tra il mar Egeo e lo Jonio gli consentì, infine, di scoprire dov’era nascosta «la santa Arca dell’Alleanza, che si trovava da secoli innumerevoli nella terra di Kush, la terra della tua grandezza e della tua vergogna».
Tewodros
Dopo sette anni di sanguinosa pirateria, inseguito dalle marinerie inglesi e turche, si diresse verso la gloriosa Etiopia, ad Aksum. Trascorse i successivi due anni presso il monastero di Debre Tabor impegnato nello studio del Kebra Nagast in compagnia del giovane etiope Kassa Haile Giorgis «un guerriero con l’anima da monaco e il cuore da gaudente» la cui madre, venditrice di “kosso”, gli aveva procurato il soprannome di “vincitore di vermi”, ereditato da Theodoros (e causa in futuro di molti tormenti) quando i due giovani decisero di scambiarsi il nome e l’identità per dare un nuovo impulso alle rispettive giovani vite. Successivamente, inserendosi con astuzia e audacia nella annosa contesa dinastica Zemene Mesafint (conosciuta in Etiopia come “l’epoca dei Principi”), sostenuto dagli Inglesi, riuscì a realizzare il sogno imperiale (la Corona) per il quale si era ritenuto destinato fin dalla nascita.
Delle altre due “brame della sua volontà”, inseguite per tutto l’arco della vita, quella che amareggiò Theodoros sprofondandolo in ricorrenti periodi di depressione e di violenza fu l’amore non corrisposto per Stamatina, la figlia del principe valacco Tachi, prigioniera di un bellissimo “demone alato che volava nel cielo turchino”, dalla quale aveva ricevuto in dono un ovale in cui era ritratta e l’invito a cercarla:
«Cercami! Cercami! Va’ fino ai confini del mondo in cerca di me! Consuma novantanove ciocie di ferro e un bastone, anch’esso di ferro, sui sentieri che portano al mio nascondiglio segreto, dove si trova il mio cuore…».
Theodoros l’aveva cercata inerpicandosi sulla corda tesa di un aquilone che ne riproduceva il volto angelico; l’aveva trovata nell’isola di Chios e per lei aveva conosciuto il tormento infernale di amare senza essere amato, dal giorno in cui
«avevi visto il Demone alato entrare da lei e li avevi visti accoppiarsi sul letto pieno di cuscini, e sentisti i gemiti d’amore della ragazza sotto il maschio turchino, e questo ti aveva spezzato il cuore per sempre».
Per cercare di dimenticarla aveva sperato nel conforto della poesia: Omero, Saffo e Anacreonte, i poeti antichi e i contemporanei, senza trovare sollievo. L’aveva cercato, inutilmente, tra le braccia di molte donne, ma solo una gli aveva trafitto il cuore: Tewabech Ali, la sua Porumbița (colombina, nella lingua valacca), la moglie imperatrice nei cui occhi aveva visto gli occhi di Stamatina.
L’amore per Stamatina è l’antidoto alla smania di potere di Theodoros, l’unica forza che avrebbe potuto riscattarlo dal suo destino di violenza. Ma tale non era il suo destino, impresso con lettere di fuoco nel libro della vita.
«Le vecchie ferite e le cicatrici… che ti solcavano il cuore a causa dell’amore per Stamatina, scemarono per qualche tempo fra gli abbracci risanatori della tua giovane sposa, e diventasti per alcuni anni un uomo migliore di quanto ti fosse toccato essere».
Dopo molte ricerche e molto penare , oramai imperatore d’Etiopia con il nome di Tewodros II, riuscì a ritrovare Stamatina e dopo qualche tempo anche l’Arca dell’Alleanza, ma su ambedue le circostanze e le modalità del ritrovamento è meglio tacere e lasciare il piacere della scoperta al lettore che si ritroverà immerso in atmosfere oniriche e fantastiche che sono pagine di elevato tenore letterario. Pagine che nell’ispirazione riecheggiano passi di precedenti fatiche (la trilogia “Abbacinante”, Selenoide) in cui il sogno, il fantastico e l’irreale sono la prosecuzione dei desideri e delle aspirazioni, l’idealizzazione dell’impossibilità o della sconfitta.
Non dirò neanche delle conseguenze fatali legate alla morte della Porumbița, né dell’epilogo del romanzo che si chiude sulle pagine di un “ironico” Giudizio Universale che
«non porrà sul piatto l’essere umano, con le sue malefatte e le sue buone azioni, ma il libro, scritto da noi (gli Arcangeli? Lo scrittore stesso?), con coraggio, per la durata di mezzo secolo.
E se esso sarà accolto su in cielo, verrà poi accolto anche in terra».
Concludo con una motivata convinzione: “Theodoros” di Mircea Cărtărescu è un’opera-mondo alla stregua di alcuni romanzi di importanti autori postmoderni. Cito, per esempio, “Cento anni di solitidine” di Gabriel Garcia Marquez, “V” di Thomas Pynchon, “Infinity Jest” di David F. Wallace, “2666” di Roberto Bolaño, “Underworld” di Don DeLillo, perché esprime l’epica della modernità e si caratterizza per la complessità dell’intreccio, la varietà dei contenuti e dei significati che veicola, la ricchezza del vocabolario e la capacità di penetrare l’anima dei personaggi e del tempo.
“Theodoros” è anche una riflessione, un omaggio alla narrativa e alla poesia. Esse consolano e migliorano gli uomini e le relazioni umane ed è per questo che il potere spesso le censura e condanna i letterati. Theodoros, già iniziato alla lettura nella biblioteca di don Tachi a Ghergani, al colmo delle sue pene d’amore allestisce in gran segreto, poichè il commercio di libri era allora proibito nell'arcipelago, una biblioteca nella cabina della sua nave e lì si rifugia per leggere, meditare e ricordare.
Per i motivi sopra esposti consiglio a tutti di leggere e rileggere il poema di Mircea Cărtărescu: insieme al godimento estetico che se ne trarrà, si può apprendere molto e sono certo che ricorrente sorgerà il desiderio di approfondire molte delle numerose informazioni contenute nel testo.
Buona lettura!
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