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venerdì 11 giugno 2021

Un libro al mese: Recensione di Antonio ELIA

 Don DeLillo - Underworld

Una fatica. Leggere Underworld di Don DeLillo è stata una fatica. Non una fatica fisica per la lunghezza del testo, che anzi c’è godimento spirituale a leggerlo, momenti di delicata e leggera ironia da assorbire fino in fondo, da centellinare come un bicchiere di buon vino; un’impegnativa e salutare fatica emotiva che ti incatena alla riflessione sui temi esistenziali della seconda metà del novecento: l’incubo della bomba atomica e della guerra nucleare, lo smaltimento dei rifiuti (domestici e nucleari), la guerra fredda, lo squallore morale dell’America dominata da J. Edgar Hoover, la questione razziale, la guerra nel Vietnam, l’AIDS e la droga, i blackout e il killer dell’autostrada, il consumismo e l’era digitale. Un romanzo che riassume lo spirito del tempo, dominato dalla paura, da una serie di paure accumulate e stratificate nel tempo senza trovare soluzione, con le quali convivere e adattarsi fino a scoprire nella loro persistenza un significato storico ed estetico da offrire

sabato 11 giugno 2016

INFINITE JEST VENT'ANNI DOPO

 Dialogo con Raffaello Palumbo Mosca a cura di Alberto Comparini

[Raffaello Palumbo Mosca ha studiato alla University of Chicago; ha scritto, fra le altre cose,  L’invenzione del vero. Romanzi ibridi e discorso etico nell’Italia contemporanea (Gaffi 2014). Alberto Comparini è dottorando a Stanford].


  David F. WALLACE

«I am seated in an office, surrounded by heads and bodies. My posture is consciously congruent to the shape of my hard chair. This is a cold room in University Administration, wood-walled, Remington-hung, double windowed against the November heat, insulted from Administrative sounds by the reception area outside, at which Uncle Charles, Mr. deLint and I were lately received.
I am in here» (p. 3)

AC: We are still here, aggiungo io – siamo qui, noi lettori, a rileggere e interrogarci su Infinite Jest a vent’anni dalla sua pubblicazione. Fin dalla prima pagina, Wallace crea uno spazio narrativo in cui lettore e autore sono chiamati ad interagire: «I am seated in an office», «I am in here»: e noi dove siamo?

venerdì 10 giugno 2016

Recensione di Antonio ELIA

The man in the hig castle

di A. ELIA
 
The man in the high castle è un romanzo di Philip K. DICK del 1962, pubblicato in Italia nel 1965 dalla casa editrice La Tribuna con il titolo La svastica sul sole.
La prima notazione – impossibile non farla – riguarda il titolo. Perché quel titolo che non richiama per niente l’originale? Cosa si voleva richiamare nel lettore italiano? 
Il titolo originale fissa il punto focale, la chiave di volta del romanzo, rivela l’inversione tra realtà (romanzata) e finzione (smascherata) che la scrittura rende possibile, come in un gioco di prestigio, senza bisogno di giustificarsi o addurre prove.