Recensione di Antonio ELIA
La scrittrice coreana Han Kang, Premio Nobel per la letteratura nel 2024, con il romanzo “L’ora di Greco” riprende e approfondisce il tema della “fragilità della vita umana” già sviluppato nel precedente romanzo “La vegetariana” premiato con l’International Booker Prize nel 2016.
Se “La vegetariana” aveva narrato la vicenda di una donna ossessionata da incubi focalizzati sull’uccisione di animali che l’avevano indotta a rinunciare al consumo di carne, ne “L’ora di greco” i traumi posti al centro del romanzo sono la perdita della vista e la perdita della voce. Ne sono afflitti un uomo e una donna – senza nome, nel romanzo, così come tutti gli altri personaggi, ad eccezione della sorella dell’uomo, richiamata nelle lettere che il fratello le invia periodicamente, e di un giovane amico – i due protagonisti del racconto destinati a incontrarsi, a fare i conti con le reciproche disabilità.
Lui è un professore di greco antico la cui vista debole, ereditata dal padre, tende ad affievolirsi progressivamente; lei, una donna colta e delicata che frequenta un corso di Greco come terapia per recuperare la voce che l’aveva abbandonata a causa di un trauma familiare. I due si incontrano a scuola e in seguito a un evento fortuito sono quasi costretti a svelarsi e a trovare, nel silenzio della donna e nella spessa coltre di nebbia che limita lo sguardo dell’uomo, le parole e le forme per conoscersi.
La narrazione intreccia tre differenti voci: le prime due, l’uomo e la donna in prima persona, seguono la vita e le vicende dei due protagonisti; la terza, il narratore onnisciente, ha la funzione di integrare il non detto dei protagonisti, di sottolineare situazioni ed eventi ad essi ignoti e interpretarne gli stati d’animo, di affrescare gli ambienti e illustrare i contesti.
Le vicende narrate si svolgono tra Seul e la Germania dove la famiglia del professore di greco era emigrata per seguire il padre, manager di una multinazionale.
La formazione del futuro professore si svolge in Europa, ma egli decide di tornare nel paese d’origine spintovi dal desiderio irresistibile di viverne la lingua e le tradizioni, di sentirsi parte integrante della cultura e della comunità di naturale appartenenza. In Germania egli lascia la madre e la sorella (il padre essendo prematuramente morto) con la promessa di ritornare dopo un breve periodo, anche se al momento di partire è già certo della definitività della scelta, nonostante sia consapevole dei problemi a cui andrà incontro a causa della progressione della sua malattia.
Delle esperienze europee egli ha ricordi vividi e ben custoditi nella memoria, raccontati con struggente e poetica tenerezza. In particolare vanno segnalati:
le lettere inviate alla sorella Ran, rievocative di aneddoti condivisi e delicatamente nostalgici
“Te le ricordi, le notti d’estate qui in Corea? L’arietta umida, quasi a compensare la canicola del giorno. Il lento spandersi dell’oscurità. L’odore di erba e linfa che aleggiava nelle stradine…
ascolto quasi tutti i giorni il tuo CD. Se tendo l’orecchio alle parti da soprano, ogni tanto mi dico sorpreso: è la sua voce!”;
l’amicizia con un giovane tedesco, Joachim, anch’egli affetto da una grave malattia che lo rapirà nel pieno dell’età virile
“Mi dicesti anche che ero il primo amico che ti eri fatto dopo essere uscito dall’ospedale. Ricordo perfettamente. La tua magrezza estrema, che mi aveva molto colpito al nostro primo incontro. E la tua fronte solcata da rughe…”;
il viso di una giovane donna sordomutaconosciuta sulla panchina di un parco mentre era intenta a guardare il sole attraverso una doppia pellicola fotografica
“Il tuo profilo serio, incredibilmente vicino al mio, le tue labbra che sembravano attraversate da una tenue corrente elettrica e quegli occhi neri, così limpidi… la tua mano che si posava all’improvviso sul mio braccio e io che sfioravo tremando i rilievi bluastri delle vene sul dorso; le mie labbra timorose che si posavano infine sulle tue … quel viso lucido di lacrime. E il tuo pugno che mi colpì al volto”.
La donna, anch’essa cittadina di Seul, vive la sua formazione in Corea. Dopo la laurea aveva lavora dapprima in una casa editrice e poi in un’agenzia editoriale; in seguito aveva insegnato letteratura per quasi sette anni in due università e aveva anche pubblicato tre solide raccolte di poesie.
La sua esistenza sembrava ben avviata ma subisce una svolta inattesa a causa di un matrimonio infelice che le procurerà il dramma dell’afonia, l’interruzione della promettente carriera e la separazione dal figlio, affidato al padre a causa delle condizioni di salute ed economiche della donna.
“Ha l’impressione di essere diventata un’ombra che striscia sulla superficie rugosa dei muri e del suolo, e sbircia da fuori la vita contenuta in un enorme acquario. È in grado di udire e leggere in modo distinto ogni singola parola, ma non riesce a schiudere le labbra ed emettere alcun suono…”
Per cercare una via d’uscita dalla condizione di minorità a cui soggiace frequenta un corso di greco antico perché spera che il ritorno alle origini della civiltà e della lingua possa rappresentare uno stimolo per superare il trauma e riconquistare la parola perduta.
“Se ora studia il greco antico in quest’istituto privato, è perché stavolta vuole recuperare l’uso della lingua per propria scelta… Se ci fossero stati corsi di lingue che usano sistemi di scrittura ancora più inconsueti, come il birmano o il sanscrito, li avrebbe scelti senza pensarci due volte”.
Il tema del malessere e la fragilità della vita umana rappresentano il centro di interesse della scrittura di Han Kang. Tali condizioni non sono indagate soltanto nella loro dimensione fisica e corporale, sono oggetto di uno scavo profondo che ne restituisce il substrato psichico, gli stati d’animo interiori.
“…chi è in grado di ragionare sul senso della vita meglio di chiunque altro? Colui che rischia di imbattersi ovunque e di continuo nella morte e che, proprio per questo, non può fare a meno di riflettere sulla vita incessantemente e disperatamente…”
Il pregio dell’intreccio e la delicatezza delle storie personali dei due protagonisti sono, infine, valorizzati da una scrittura intensamente poetica, come riconosciuto dalla motivazione per l’attribuzione del Nobel per la letteratura, e da uno stile ricco di metafore, sobrio e conciso che fa dell’essenzialità e della significatività delle parole il suo centro di gravità.
Non dirò del finale che è, credo, la sezione più intensa, delicata e coinvolgente del romanzo; un crescendo di emozioni che l’ultimo brano, del quale cito alcune righe, riassume.
“Eravamo distesi fianco a fianco nel bosco in
fondo al mare. / Non
c’era luce né rumore laggiù. / Non
ti vedevo. / Non
vedevo neppure me stesso. / Tu
non facevi nessun rumore. /
E
io non facevo nessun rumore. / Finché
non hai emesso un suono bassissimo, /
finché
minuscole bolle rotonde sono fuoriuscite / dalle
tue labbra”
Concludo con un suggerimento.Questo romanzo breve di Han Kang merita di essere letto e riletto perché ogni rilettura offre nuove visioni dell’animo umano. La scrittura poetica, quasi sussurrata dalla penna della narratrice, sollecita le riflessioni, l’immaginazione e l’introspezione del lettore, chiamato a ricercare nel proprio intimo gli sviluppi del testo che spesso si limita ad accennare i pensieri intimi dei protagonisti. E questo è un merito grande della scrittrice che rinnova il tacito patto di collaborazione con il lettore fornendogli materiali di riflessione e introspezione, chiamandolo all’impegno diretto, sollecitandolo a una lettura attiva e partecipe, lontana da quell’identificazione passiva e contemplante che molta narrativa contemporanea favorisce.
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